Descritto inizialmente da Kanner nel 1943, l’autismo infantile viene attualmente inserito nell’ambito dei Disturbi pervasivi o Generalizzati dello sviluppo con la terminologia di "Disturbo Autistico".
In effetti il disturbo si evolve fin dai primi atti fisiologici, in stretta connessione con lo sviluppo e risulta "pervasivo" al punto da inficiare tutte le aree evolutive, comprese aree almeno inizialmente indenni come la motricità e l’attività cognitiva. L’utilizzo del termine "disturbo" va ad indicare la cronicità, in quanto non si limita nelle sue manifestazioni all’età infantile ma, pur in forme differenti e più sfumate, permane anche in età adulta con tutte le conseguenze che ciò comporta sul versante degli interventi.
La triade di caratteristiche nucleari comprende:
1) Marcate anomalie qualitative nell’ambito dell’Interazione socialerappresentate non tanto o non unicamente da assenza di contatti interpersonali, quanto da mancata condivisione e scambi, assenza di reciprocità, ricerca di contatti esagerati e/o bizzarri, ovvero atteggiamenti interattivi non in linea con l’età di sviluppo dell’individuo.
2) Marcate anomalie nell’ambito della Comunicazione che si presentano sia come assenza di linguaggio che come deficit degli svariati codici comunicativi che regolano le nostre interazioni sociali: sorriso, mimica, atteggiamento posturali, alterazioni della prosodia, inversioni pronominali; nei casi in cui il linguaggio è presente si rileva una grave alterazione dell’abilità di iniziare e sostenere una conversazione, nonostante il possesso di capacità linguistiche adeguate.
3) Un repertorio marcatamente ristretto di Attività ed Interessi che si manifesta sia con movimenti stereotipati che ossessive preoccupazioni per un sola attività od un unico tema (per es. allineare oggetti, farli cadere o insistenza sul tema delle strade o dei numeri); oppure estrema difficoltà ai cambi di abitudine.
La diagnosi può essere posta con certezza solo a partire dai 18 mesi (Baron-Cohen, 1992) ma, chiaramente, è tanto più complessa quanto più il bambino è piccolo e quanto più il quadro non si presenta nella forma più strettamente classica, ovvero con la presenza contemporanea dei sintomi sopradescritti. La forma sintomatologica meglio definita e più paradigmatica si evidenzia infatti all’incirca fra i 3 e i 5 anni di vita, per poi "naturalmente" evolversi soprattutto per quanto attiene al sintomo "autismo" che in parte regredisce, in parte cambia la sua tipologia: il bambino da "isolato" può diventare "passivo" o "attivo ma strano" e viceversa (Wing, 1997).
Trattamento
Ad oggi gli interventi abilitativi e psicoeducativi per i Disturbi dello Spettro Autistico, validati da evidenze empiriche e di letteratura, fanno riferimento ad una cornice teorica di stampo cognitivo-comportamentale.
Secondo tale prospettiva l’autismo è una sindrome con un pattern comportamentale a base neurobiologica i cui elementi costitutivi specifici danno luogo ad una serie di atteggiamenti con carenze ed eccessi che possono modificarsi a seguito di specifici programmi, strutturati in relazione all’ambiente, all’individuo e ai suoi bisogni.
Pertanto, le tecniche cognitivo comportamentali mirano a promuovere, nei soggetti con autismo, i comportamenti adattivi e ridurre quelli problematici attraverso un intervento intensivo e programmato, che sia utilizzabile oltre che dai terapisti e professionisti anche dai genitori.
È auspicabile che nella fase di progettazione di tali tipi di intervento venga privilegiata una visione dimensionale e non categoriale delle scelte da compiere, al fine di calibrare il lavoro strutturato sulle specifiche caratteristiche e necessità di ogni singolo bambino e di ogni singola famiglia.
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