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Centro di Consulenza Psicologica e Psicodiagnostica  
Diagnosi e Trattamento in età Evolutiva e Adulta.
di
D.ssa Erika Cordovani
   Iscrizione Albo degli Psicologi regione Toscana n°4381


       La Dott.ssa Erika Cordovani si è Laureta nel 2003 c/o L’Università degli Studi di Firenze, Insegnante di ruolo Scuola Primaria.


Specializzanda Psicoterapeuta indirizzo Cognitivo-Comportamentale c/o l’Istituto Miller  di Genova www.istitutomiller.it ; 
Esperta di EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) www.emdritalia.it una Tecnica specifica per l’elaborazione del trauma.
Specialista nei Disturbi Specifici dell’Apprendimento per la Diagnosi e il Trattamento dei D.S.A. Dislessia, Discalculia, Disortografia, Disgrafia. Formatore Psicologo dell'Associazione Italiana Dislessia www.dislessia.it


Dal 2009 coordina, "Il Club degli Scrittori", un gruppo lavoro formato da logopedisti, neuropsicomotricisti e  operatori specializzati, volto al trattamento dei Disturbi Specifici dell'Apprendimento, Disturbi del Linguaggio e della Coordinazione Motoria.

Ansia

 
L’ansia di per sé, non è un fenomeno anormale. Si tratta di un'emozione di base, che comporta uno stato di attivazione dell’organismo e che si attiva quando una situazione viene percepita soggettivamente come pericolosa. Nella specie umana l’ansia si traduce in una tendenza immediata all’esplorazione dell’ambiente, nella ricerca di spiegazioni, rassicurazioni e vie di fuga, nonché in una serie di fenomeni neurovegetativi come l’aumento della frequenza del respiro, del battito cardiaco, della sudorazione, le vertigini, ecc.. Tali fenomeni dipendono dal fatto che, ipotizzando di trovarsi in una situazione di reale pericolo, l'organismo in ansia ha bisogno della massima energia muscolare a disposizione, per poter scappare o attaccare in modo più efficace possibile, scongiurando il pericolo e garantendosi la sopravvivenza.
L’ansia, quindi, non è solo un limite o un disturbo, ma costituisce una importante risorsa, perché è una condizione fisiologica, efficace in molti momenti della vita per proteggerci dai rischi, mantenere lo stato di allerta e migliorare le prestazioni (ad es., sotto esame).
Quando l'attivazione del sistema di ansia è eccessiva, ingiustificata o sproporzionata rispetto alle situazioni, però, siamo di fronte ad un disturbo d'ansia, che può complicare notevolmente la vita di una persona e renderla incapace di affrontare anche le più comuni situazioni.
I disturbi d'ansia conosciuti e chiaramente diagnosticabili sono:



Fobia specifica (aereo, spazi chiusi, ragni, cani, gatti, insetti, ecc.)
Disturbo di panico (Attacchi di Panico)
Disturbo ossessivo-compulsivo
Fobia sociale
Disturbo da stress acuto o post-traumatico da stress
Disturbo d'ansia generalizzata







 

Fobia Sociale

La fobia sociale è un disturbo piuttosto diffuso tra la popolazione. 
Secondo alcuni studi, la percentuale di persone che ne soffre va dal 3% al 13%. Sempre secondo questi studi sembra che ne soffrano più le donne che gli uomini.
La caratteristica principale della fobia sociale è la paura di agire, di fronte agli altri, in modo imbarazzante o umiliante e di ricevere giudizi negativi.
Questa paura può portare chi ne soffre ad evitare la maggior parte delle situazioni sociali, per la paura di comportarsi in modo “sbagliato” e di venir mal giudicati.
Solitamente le situazioni più temute da chi soffre di fobia sociale sono quelle che implicano la necessità di dover fare qualcosa davanti ad altre persone, come ad esempio esporre una relazione o anche solo firmare, telefonare o mangiare; a volte può creare ansia semplicemente entrare in una sala dove ci sono persone già sedute, oppure parlare con un proprio amico.
Le persone che soffrono di fobia sociale temono di apparire ansiose e di mostrarne i “segni”, cioè temono di diventare rosse in volto, di tremare, di balbettare, di sudare, di avere batticuore, oppure di rimanere in silenzio senza riuscire a parlare con gli altri, senza avere la battuta “pronta”.
Infine, accade spesso che chi ne soffre, quando non si trova in una situazione temuta, riconosca come irragionevole la propria paura e tenda, conseguentemente, ad auto accusarsi e rimproverarsi per non riuscire a fare cose che tutti fanno.
Tale disturbo sembra esordire normalmente in età adolescenziale o nella prima età adulta.


















Autismo

Che cos'è l'Autismo

  Descritto inizialmente da Kanner nel 1943, l’autismo infantile viene attualmente inserito nell’ambito dei Disturbi pervasivi o Generalizzati dello sviluppo con la terminologia di "Disturbo Autistico".
In effetti il disturbo si evolve fin dai primi atti fisiologici, in stretta connessione con lo sviluppo e risulta "pervasivo" al punto da inficiare tutte le aree evolutive, comprese aree almeno inizialmente indenni come la motricità e l’attività cognitiva. L’utilizzo del termine "disturbo" va ad indicare la cronicità, in quanto non si limita nelle sue manifestazioni all’età infantile ma, pur in forme differenti e più sfumate, permane anche in età adulta con tutte le conseguenze che ciò comporta sul versante degli interventi.


La triade di caratteristiche nucleari comprende:

1) Marcate anomalie qualitative nell’ambito dell’Interazione socialerappresentate non tanto o non unicamente da assenza di contatti interpersonali, quanto da mancata condivisione e scambi, assenza di reciprocità, ricerca di contatti esagerati e/o bizzarri, ovvero atteggiamenti interattivi non in linea con l’età di sviluppo dell’individuo.

2) Marcate anomalie nell’ambito della Comunicazione che si presentano sia come assenza di linguaggio che come deficit degli svariati codici comunicativi che regolano le nostre interazioni sociali: sorriso, mimica, atteggiamento posturali, alterazioni della prosodia, inversioni pronominali; nei casi in cui il linguaggio è presente si rileva una grave alterazione dell’abilità di iniziare e sostenere una conversazione, nonostante il possesso di capacità linguistiche adeguate.

3) Un repertorio marcatamente ristretto di Attività ed Interessi che si manifesta sia con movimenti stereotipati che ossessive preoccupazioni per un sola attività od un unico tema (per es. allineare oggetti, farli cadere o insistenza sul tema delle strade o dei numeri); oppure estrema difficoltà ai cambi di abitudine.
La diagnosi può essere posta con certezza solo a partire dai 18 mesi (Baron-Cohen, 1992) ma, chiaramente, è tanto più complessa quanto più il bambino è piccolo e quanto più il quadro non si presenta nella forma più strettamente classica, ovvero con la presenza contemporanea dei sintomi sopradescritti. La forma sintomatologica meglio definita e più paradigmatica  si evidenzia infatti all’incirca fra i 3 e i 5 anni di vita, per poi "naturalmente" evolversi soprattutto per quanto attiene al sintomo "autismo" che in parte regredisce, in parte  cambia la sua tipologia: il bambino da "isolato" può diventare "passivo" o "attivo ma strano" e viceversa (Wing, 1997).


Trattamento

Ad oggi gli interventi abilitativi e psicoeducativi per i Disturbi dello Spettro Autistico, validati da evidenze empiriche e di letteratura, fanno riferimento ad una cornice teorica di stampo cognitivo-comportamentale.
Secondo tale prospettiva l’autismo è una sindrome con un pattern comportamentale a base neurobiologica i cui elementi costitutivi specifici danno luogo ad una serie di atteggiamenti con carenze ed eccessi che possono modificarsi a seguito di specifici programmi, strutturati in relazione all’ambiente, all’individuo e ai suoi bisogni.
Pertanto, le tecniche cognitivo comportamentali mirano a promuovere, nei soggetti con autismo, i comportamenti adattivi e ridurre quelli problematici attraverso un intervento intensivo e programmato, che sia utilizzabile oltre che dai terapisti e professionisti  anche dai genitori.
È auspicabile che nella fase di progettazione di tali tipi di intervento venga privilegiata una visione dimensionale e non categoriale delle scelte da compiere, al fine di calibrare il lavoro strutturato sulle specifiche caratteristiche e necessità di ogni singolo bambino e di ogni singola famiglia.






 

 

Insonnia

 Cos’è
     Viene definita insonnia la difficoltà ad addormentarsi e a mantenere il sonno, o la disposizione a svegliarsi troppo presto la mattina.
Si distingue una insonnia primaria, determinata da tutte le cause diverse da quelle dell’insonnia secondaria (vedi sotto). In genere è dovuta a problemi emozionali: preoccupazioni e ansia. Quando siamo preoccupati per qualche problema o situazione in particolare tendiamo a rimuginare e la “ruminazione” mentale ci impedisce di addormentarci o ci fa dormire male. Si innesca così un circolo vizioso: più ci preoccupiamo, meno riusciamo a dormire, anche perché tendiamo a giudicare e ad innervosirci per il fatto di non riuscire a dormire.
Il nostro nervosismo porta un ulteriore innalzamento dello stato di attivazione fisiologica, che rende sempre più difficile rilassarsi e prendere sonno.
L’insonnia secondaria è  legata a cause fisiche o psichiche. Ad esempio l’angina pectoris, le malattie reumatiche, le ulcere gastriche, la menopausa, l’iper e l’ipotiroidismo, le allergie. Esiste una forte presenza di insonnia neldisturbo post-traumatico da stress e nella depressione.

Epidemiologie e possibili cause

Lo stile di vita (stress, scarso tempo libero, alimentazione non sana, poca attività fisica…) e le cattive abitudini del sonno (guardare la tv a letto, lavorare a letto, svegliarsi e andare a dormire in orari sempre diversi, pisolini prolungati durante la giornata…) costituiscono alcune cause dell’insonnia, ma un ruolo importante è svolto dai pensieri ansiogeni.
La cronicizzazione dell’insonnia dipende per lo più da atteggiamenti e convinzioni erronee sull’insonnia stessa (”se non dormo impazzisco”; “non riuscirò più a recuperare” ecc.).
È stato provato, inoltre, che l’alcol, la caffeina e la nicotina hanno effetti negativi sul sonno.
Trattamento cognitivo comportamentale e farmacolgico
Dopo aver effettuato un assessment generale e specifico, con l’ausilio del “diario del sonno”, si agisce su fattori causali e di mantenimento del disturbo stesso.
Il trattamento cognitivo-comportamentale è considerato dalla comunità scientifica, il trattamento non farmacologico più indicato per l’insonnia cosiddetta primaria, cioè non dovuta a malattie fisiche o a problemi psicologici di altra natura come ansia e depressione.


Ritardo mentale

       Nel ritardo mentale vi è un funzionamento intellettivo significativamente al di sotto della media (Quoziente Intellettivo minore o uguale a 70), accompagnato da significative limitazioni nel funzionamento adattivo (la capacità della persona di adeguarsi agli standard propri della sua età e del suo ambiente culturale) in almeno due delle seguenti aree delle capacità di prestazione: comunicazione, cura della persona, vita in famiglia, capacità sociali/interpersonali, uso delle risorse della comunità, autodeterminazione, capacità di funzionamento scolastico, lavoro, tempo libero, sicurezza e salute.
L’esordio è prima dei 18 anni.
Il ritardo mentale può essere causato da condizioni che ostacolano un normale sviluppo del cervello prima della nascita, ma anche durante e dopo o nell’infanzia.
Possono concorrere:




 

Sindrome di Asperger

      La sindrome di Asperger (AS) è un disordine pervasivo dello sviluppo imparentato con l’autismo e comunemente considerato una forma di autismo “ad alto funzionamento”. In generale si ritiene che si tratti di un tipo di autismo caratterizzato dalla difficoltà nelle relazioni sociali piuttosto che da un’alterazione della percezione, rappresentazione e classificazione della realtà, come nell’autismo classico.
Contrariamente al Disturbo Autistico, non vi sono ritardi o devianze clinicamente significativi nell’acquisizione del linguaggio, sebbene aspetti più sottili della comunicazione possano essere alterati.
Il disturbo è continuo, dura tutta la vita. In età scolare, le buone capacità verbali del bambino possono mascherare la gravità della disfunzione sociale e “ingannare” coloro che se ne occupano (genitori, insegnanti).
Gli individui con la sindrome di Asperger possono essere percepiti come persone la cui mente non riesce ad agganciarsi alla realtà, come coloro che soffrono di autismo classico, non possedendo una teoria della mente propria e altrui.
Gli individui affetti da questa sindrome possono osservare un sorriso e non capirne il significato (cioè non capire se si tratti di un segno di comprensione, di accondiscendenza o di malizia) e nei casi più gravi non riescono neppure a distinguere la differenza tra sorriso, ammiccamento e altre espressioni non-verbali di comunicazione interpersonale. Per loro è estremamente difficile saper “leggere attraverso le righe”, ovvero capire quello che una persona afferma implicitamente senza dirlo direttamente.
Il deficit sociale si evidenzia in una mancanza di reciprocità che si manifesta attraverso un approccio sociale eccentrico e unilaterale (es., insistendo su u argomento di conversazione senza tener conto delle reazioni degli altri), piuttosto che attraverso l’indifferenza emotiva e sociale, come nel Disturbo Autistico.
La sindrome di Asperger è definita nel DSM IV secondo i seguenti criteri diagnostici:
  • Difficoltà qualitative nel rapporto sociale, manifestandosi con almeno due tra le seguenti:
    • Difficoltà marcata nell’uso di comportamenti non-verbali multipli, come il guardarsi negli occhi, le espressioni facciali, la postura corporea e i movimenti per regolare le interazioni sociali
    • Impossibilità a sviluppare relazioni appropriate tra persone di pari livello
    • Mancanza di ricerca spontanea per condividere divertimenti, interessi, od obiettivi con altre persone (difficoltà nel mostrare, portare o indicare oggetti d’interesse alle altre persone)
    • Mancanza di reciprocità sociale ed emotiva
  • Modelli di comportamento stereotipati e ripetitivi, manifestati da almeno uno dei seguenti:
    • Raggiungimento di un’occupazione mentale con uno o più modelli stereotipati e ristretti d’interesse, che sia anormale nell’intensità e nell’attenzione
    • Aderenza apparentemente inflessibile a specifici rituali o comportamenti non necessari
    • Movimenti corporei stereotipati e ripetitivi (come agitare mani e dita o altri movimenti)
    • Persistente ed eccessivo interesse per parti di oggetti
  • Il disturbo crea difficoltà notevoli nelle aree sociali, professionali o altre aree d’importanza notevole per la vita di tutti i giorni
  • Non esiste un significativo ritardo nelle abilità linguistiche
  • Non esiste un significativo ritardo nello sviluppo cognitivo o nelle capacità appropriate all’età di aiutarsi e di avere un comportamento adatto alle circostanze (tranne che nelle interazioni sociali) e curiosità per l’ambiente esterno nell’infanzia
  • Non ci sono motivi di ritenere che si tratti di una forma di schizofrenia o di un altro disordine pervasivo dello sviluppo

Trattamento

È importante notare che, rispetto alle altre forme di autismo, questa sindrome non sempre impedisce di diventare adulti funzionanti in termini di inserimento sociale (lavoro, matrimonio…). La letteratura sottolinea il ruolo positivo rivestito da precoci interventi cognitivo-comportamentali, mirati all’acquisizione delle abilità sociali (social skills training). In età scolare sono utili gli interventi educativi individualizzati, in modo da tenere conto delle specifiche esigenze correlate col disturbo. Esistono, infine, gruppi di supporto per persone con sindrome di Asperger e autismo ad alto funzionamento, volti a favorire l’incontro e il confronto con altri che hanno problematiche simili.


 

Fobia Specifica

      La fobia è una paura marcata e persistente con caratteristiche peculiari:
 
  •  sproporzionata rispetto al reale pericolo dell’oggetto o della situazione;
  • non può essere controllata con spiegazioni razionali, dimostrazioni e ragionamenti;
  • supera la capacità di controllo volontario che il soggetto è in grado di mettere in atto;
  • produce l’evitamento sistematico della situazione-stimolo temuta;
  • permane per un periodo prolungato di tempo senza risolversi o attenuarsi;
  • comporta un certo grado di disadattamento per l’interessato;
  • l’individuo riconosce che la paura è irragionevole e che non è dovuta ad effettiva pericolosità dell’oggetto, attività o situazione temuta.


La fobia è dunque una paura estrema, irrazionale e sproporzionata per qualcosa che non rappresenta una reale minaccia e con cui gli altri si confrontano senza particolari tormenti psicologici. Chi ne soffre, infatti, è sopraffatto dal terrore all'idea di venire a contatto magari con un animale innocuo come un ragno o una lucertola, o di fronte alla prospettiva di compiere un'azione che lascia indifferenti la maggior parte delle persone (ad esempio, il claustrofobico non riesce a prendere l'ascensore o la metropolitana). Le persone che soffrono di fobie si rendono perfettamente conto dell'irrazionalità di certe reazioni emotive, ma non possono controllarle.
L'ansia da fobia, o "fobica", si esprime con sintomi fisiologici come tachicardia, disturbi gastrici e urinari, nausea, diarrea, senso di soffocamento, rossore, sudorazione eccessiva, tremito e spossatezza. Si sta male e si desidera una cosa sola: fuggire!
Scappare, d'altra parte, è una strategia di emergenza. La tendenza ad evitare tutte le situazioni o condizioni che possono essere associate alla paura, sebbene riduca sul momento gli effetti della paura, in realtà costituisce una micidiale trappola: ogni evitamento, infatti, conferma la pericolosità della situazione evitata e prepara l'evitamento successivo (in termini tecnici si dice che ogni evitamento rinforza negativamente la paura). Tale spirale di progressivi evitamenti produce l'incremento, non solo della sfiducia nelle proprie risorse, ma anche della reazione fobica della persona, al punto da interferire significativamente con la normale routine dell'individuo, con il funzionamento lavorativo o scolastico oppure con le attività o le relazioni sociali. Il disagio diviene così sempre più limitante. Chi ha la fobia dell'aereo può trovarsi, ad esempio, a rinunciare a molte trasferte, e la cosa diventa imbarazzante se è necessario spostarsi per lavoro. Chi è terrorizzato dagli aghi e dalle siringhe può rinunciare a controlli medici necessari e così via.


Mutismo Selettivo



     È un disturbo caratterizzato dalla costante incapacità di parlare in situazioni sociali specifiche (es. a scuola), anche se il bambino parla in altre situazioni.
La durata dell’anomalia è di almeno un mese e provoca disagio significativo interferendo con la vita sociale e scolastica del bambino.
Non è ancora nota l’esatta causa del mutismo elettivo. Diverse sono le teorie: per alcuni dipende da esperienze traumatiche, come un’improvvisa separazione dalla madre, o dal rifiuto di nuove situazioni, come ad esempio l’inserimento scolastico.
L’età critica  è intorno ai 3-5 anni, interessa un bambino su mille e più le femmine che i maschi. Un sospetto di mutismo selettivo può sorgere non solo in presenza di aspetti legati al linguaggio, ma anche in seguito a comportamenti oppositivi ed inadeguati alle richieste, come ad esempio il rifiuto di mettersi seduto a scuola, di giocare con gli altri o di andare alla lavagna, se invitato a farlo.
Gli insegnanti ed i genitori possono sperimentare alti livelli di frustrazione ed anche di rabbia nei confronti del bambino, specialmente quando questi comportamenti tendono a persistere, malgrado le rassicurazioni date e gli incoraggiamenti. Occorre essere consapevoli che la maggior parte dei bambini con mutismo selettivo in realtà desidera comunicare con gli altri, ma ne è incapace per diverse cause, fra cui più frequenti sono problemi di ansia, paura. 


Encopresi

Che cosa è?

     La manifestazione fondamentale dell’encopresi è la ripetuta evacuazione di feci, involontaria, più raramente volontaria, in luoghi inappropriati, per esempio nei vestiti, sul pavimento.
Come definito nel DSM IV , l’evento deve verificarsi almeno una volta al mese per un periodo minimo di tre mesi in bambini di almeno quattro anni. Il disturbo non deve essere collegato agli effetti di farmaci o di una condizione medica generale, se non attraverso un meccanismo che comporti costipazione.

 Si distinguono due tipi di decorso:
  • decorso primario: in cui il soggetto non ha mai raggiunto il controllo delle sfintere anale;
  • decorso secondario: in cui il disturbo si manifesta dopo che per un certo periodo è stato raggiunto il normale controllo sfinterico.
L’encopresi può essere distinta in due sottotipi in base al quadro clinico:
  • con costipazione e incontinenza da sovrariempimento: all’esame obiettivo o all’anamnesi risulta costipazione (presenza di una grossa massa fecale all’esame addominale o rettale) o un’anamnesi di frequenza di defecazione inferiore a tre volte alla settimana. Le feci sono generalmente poco formate e la fuoriuscita può variare da poco frequente a continua, per lo più durante il giorno. Durante i tentativi di defecazione intenzionale soltanto parte delle feci viene eliminata e l’incontinenza si risolve dopo il trattamento della costipazione.
  • senza costipazione e incontinenza da sovrariempimento: all’esame obiettivo o all’anamnesi non risulta costipazione. Le feci sono solitamente di consistenza normale,il soggetto si sporca in modo intermittente. Le feci possono essere deposte in luoghi significativi. Questa condizione è generalmente associata con la presenza di Disturbo Oppositivo Provocatorio o Disturbo della Condotta.

Epidemiologia e possibili cause

E’ un fenomeno abbastanza comune: interessa circa il 27% dei bambini dell’età di 4 anni, il 15% a 5-6 anni, il 6-7% a 9-10 anni, il 3% a 12 anni e l’1% a 18 anni.
Si distinguono una enuresi continua (il disturbo si verifica tutte le notti) esaltuaria (il disturbo si verifica 2-3 volte a settimana).
In assenza di danni organici, si parla di enuresi funzionale, divisibile in enuresi primaria, quando il bambino non ha mai acquisito il controllo della minzione (85% dei casi) ed enuresi secondaria, quando il bambino ricomincia a bagnare il letto dopo un periodo di almeno 5.6 mesi in cui aveva acquistato e mantenuto il controllo della minzione notturna (15% dei casi).
Alla base di questo tipo di disturbo sembra esservi un apprendimento mancato o sbagliato dell’abilità della continenza notturna (abilità che viene normalmente appresa fra l’anno e mezzo e i quattro anni e mezzo di età), a cui si aggiungono problemi emozionali legati ai vissuti di imbarazzo e vergogna nei confronti dei pari e dei familiari.
Nel caso di enuresi secondaria, è più probabile un ruolo causale svolto dafattori stressanti e/o esperienze traumatiche per il bambino poco prima dell’insorgere del problema.
Ove sia presente un ritardo mentale, il disturbo è legato alla difficoltà di controllo notturno delle minzioni, dovuto al “non sentire” lo stimolo vescicole per una alterata “soglia notturna di percezione”.

Trattamento

Il processo di trattamento si basa su un modello di tipo collaborativo, che incoraggia i genitori ad assumere un atteggiamento ottimistico, laddove avevano appreso a sentirsi impotenti e nel contempo fornisce loro concrete abilità per far fronte al problema, rendendoli attivi agenti di cambiamento.
Il trattamento si avvale di tecniche cognitive (ristrutturazione cognitiva, decentramento) e comportamentali (analisi funzionale). (contratto educativo, token economy, esercizi di ritenzione progressiva, controllo idrico, sveglie programmate, costo della risposta, generalizzazione, sovrapprendimento) personalizzate sul singolo caso dopo aver effettuato un’attenta valutazione del “problema” nei suoi antecedenti e conseguent.
L’obiettivo principale è l’acquisizione (cioè l’apprendimento) di un comportamento desiderato, di cui il soggetto non è sufficientemente fornito (Es., comportamento di toilette appropriato, autocontrollo) e la contemporanea eliminazione (cioè disapprendimento) del comportamento disadattivo (bagnare il letto).
Parallelamente si lavora sull’esplorazione dei vissuti emotivi del bambino, guidandolo, con il progredire dei “successi” ottenuti nel programma, verso una nuova immagine di sé, connotata da maggiore autostima e senso di autoefficacia.


Enuresi



Che cosa è

      L’enuresi è un  disturbo caratterizzato dalla emissione involontaria e incosciente di urine, che avviene di solito durante il sonno, in bambini oltre i cinque anni di età, in assenza di lesioni dell’apparato urinario.
L’enuresi è per un bambino fonte di imbarazzo ed impone un limite nella scelta delle attività. A ciò possono aggiungersi problemi emozionali legati all’acuto senso di vergogna che si sviluppa nel bambino stesso.
L’enuresi può determinare un carico pesante anche nelle relazioni familiari, soprattutto nelle famiglie numerose, dove è possibile che più bambini bagnino il letto.

Epidemiologia e possibili cause

E’ un fenomeno abbastanza comune: interessa circa il 27% dei bambini dell’età di 4 anni, il 15% a 5-6 anni, il 6-7% a 9-10 anni, il 3% a 12 anni e l’1% a 18 anni.
Si distinguono una enuresi continua (il disturbo si verifica tutte le notti) esaltuaria (il disturbo si verifica 2-3 volte a settimana).
In assenza di danni organici, si parla di enuresi funzionale, divisibile in enuresi primaria, quando il bambino non ha mai acquisito il controllo della minzione (85% dei casi) ed enuresi secondaria, quando il bambino ricomincia a bagnare il letto dopo un periodo di almeno 5.6 mesi in cui aveva acquistato e mantenuto il controllo della minzione notturna (15% dei casi).
Alla base di questo tipo di disturbo sembra esservi un apprendimento mancato o sbagliato dell’abilità della continenza notturna (abilità che viene normalmente appresa fra l’anno e mezzo e i quattro anni e mezzo di età), a cui si aggiungono problemi emozionali legati ai vissuti di imbarazzo e vergogna nei confronti dei pari e dei familiari.
Nel caso di enuresi secondaria, è più probabile un ruolo causale svolto dafattori stressanti e/o esperienze traumatiche per il bambino poco prima dell’insorgere del problema.
Ove sia presente un ritardo mentale, il disturbo è legato alla difficoltà di controllo notturno delle minzioni, dovuto al “non sentire” lo stimolo vescicole per una alterata “soglia notturna di percezione”.

Trattamento

Il processo di trattamento si basa su un modello di tipo collaborativo, che incoraggia i genitori ad assumere un atteggiamento ottimistico, laddove avevano appreso a sentirsi impotenti e nel contempo fornisce loro concrete abilità per far fronte al problema, rendendoli attivi agenti di cambiamento.
Il trattamento si avvale di tecniche cognitive (ristrutturazione cognitiva, decentramento) e comportamentali (analisi funzionale). (contratto educativo, token economy, esercizi di ritenzione progressiva, controllo idrico, sveglie programmate, costo della risposta, generalizzazione, sovrapprendimento) personalizzate sul singolo caso dopo aver effettuato un’attenta valutazione del “problema” nei suoi antecedenti e conseguenti.
L’obiettivo principale è l’acquisizione (cioè l’apprendimento) di un comportamento desiderato, di cui il soggetto non è sufficientemente fornito (Es., comportamento di toilette appropriato, autocontrollo) e la contemporanea eliminazione (cioè disapprendimento) del comportamento disadattivo (bagnare il letto).
Parallelamente si lavora sull’esplorazione dei vissuti emotivi del bambino, guidandolo, con il progredire dei “successi” ottenuti nel programma, verso una nuova immagine di sé, connotata da maggiore autostima e senso di autoefficacia.


Disturbo Disintegrativo dell’Infanzia



     La Manifestazione principale del disturbo è una marcata regressione in diverse aree del funzionamento dopo un periodo di almeno due anni di sviluppo  normale.
Dopo i primi due anni di vita (e prima dei 10 anni), il bambino va incontro ad una perdita , clinicamente significativa, di capacità di prestazione acquisite precedentemente, in almeno due delle seguenti aree:
  • espressione o ricezione del linguaggio
  • capacità sociali o comportamento adattivo
  • controllo della defecazione o minzione
  • gioco
  • abilità motorie


   

Disturbo Oppositivo Provocatorio



        La caratteristica fondamentale del Disturbo Oppositivo Provocatorio è una modalità ricorrente di comportamento negativistico, provocatorio e ostile nei confronti delle figure dotate di autorità che persiste per almeno 6 mesi.
Il bambino con tale disturbo presenta le seguenti caratteristiche:
  • spesso va in collera;
  • spesso litiga con gli adulti;
  • spesso sfida attivamente o si rifiuta di rispettare le richieste o regole degli adulti;
  • spesso irrita deliberatamente le persone;
  • spesso accusa gli altri per i propri errori o il proprio cattivo comportamento;
  • è spesso suscettibile o facilmente irritato dagli altri;
  • è spesso arrabbiato e rancoroso;
  • è spesso dispettoso e vendicativo.
I comportamenti negativistici e oppositivi sono espressi con caparbietà,resistenza alle direttive, messe alla prova dei limti, sfide. I sintomi del disturbo sono tipicamente più evidenti nelle interazioni con gli adulti o i coetanei che il soggetto conosce bene. L’ostilità viene espressa disturbando deliberatamente gli altri o con aggressioni verbali (di solito senza le più gravi aggressioni fisiche osservate nel Disturbo della Condotta). Le manifestazioni del disturbo sono quasi invariabilmente presenti nell’ambiente familiare, ma possono non essere evidenti a scuola o nella comunità.
E’ opportuno considerare che il comportamento oppositivo costituisce una tipica caratteristica di certi stadi di sviluppo (per esempio, prima fanciullezza e adolescenza). Affinché si possa parlare di Disturbo Oppositivo Provocatorio occorre che i comportamenti si manifestino più frequentemente e abbiano conseguenze più gravi rispetto a quelli tipicamente osservati in altri soggetti con livello di sviluppo paragonabile. Inoltre devono portare ad una significativa compromissione del funzionamento sociale, scolastico o lavorativo.


  

Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività


 
Un bambino con DDAI (Disturbo da deficit di attenzione e iperattività) presenta una persistente disattenzione e/o iperattività-impulsività, notevolmente superiore, in frequenza ed intensità a ciò che si può tipicamente aspettarci in bambini dello stesso livello di sviluppo.

Il deficit di attenzione porta a:
  • commettere errori di distrazione in compiti scolastici o in altre attività;
  • non riuscire a mantenere l’attenzione nei compiti o nelle attività di gioco;
  • dare l’impressione di non ascoltare quando gli altri parlano;
  • interrompere frequentemente chi sta parlando;
  • non seguire le istruzioni e non essere capace di portare a termine i compiti o altre attività;
  • avere difficoltà ad organizzarsi nei compiti o nelle attività;
  • perdere frequentemente gli oggetti necessari per i compiti o per altre attività;
  • essere sbadati in molte attività quotidiane e facilmente distraibili da stimoli esterni.

L’impulsività si manifesta con:
  • impazienza;
  • “sparare” le risposte prima che le domande siano state completate.
  • difficoltà ad attendere il proprio turno;
  • fare commenti fuori luogo;
  • essere invadenti nei confronti degli altri;
  • fare i pagliacci;
  • dedicarsi a giochi e attività potenzialmente pericolose, senza considerare le  conseguenze.

L’iperattività, a sua volta, porta il bambino a:
  • muovere con irrequietezza mani e piedi e dimenarsi sulla sedia (”bambini motorizzati”);
  • lasciare spesso il proprio posto a sedere;
  • scorrazzare e saltare ovunque in modo eccessivo;
  • mostrare difficoltà nel giocare e nel dedicarsi ad altre attività divertenti in modo tranquillo;
  • parlare troppo.
L’età di esordio è inferiore ai 7 anni, la presenza dei sintomi sopra elencati avviene in almeno due contesti di vita (per es. casa e scuola) che persistono per almeno sei mesi con un’intensità che causa disadattamento e contrasta con il livello di sviluppo, e infine una compromissione significativa del funzionamento sociale, scolastico o lavorativo.
La ricerca ha evidenziato come in questo disturbo siano spesso presenti, oltre ai sintomi classici della difficoltà attentiva, dell’iperattività e dell’impulsività, anche scarsa tolleranza alla frustrazione, insicurezza, bassa autostima, ansia, fobie e comportamenti di evitamento, immaturità emozionale e condotte regressive come l’isolamento e l’interdipendenza.
Fra le cause troviamo:
  • inferiori livelli di arousal (attivazione fisiologica), che richiederebbe maggiore stimolazione.
  • inferiori livelli di attività cerebrale (misurati attraverso il consumo di glucosio o ossigeno): in particolare, nel circuito che collega le regioni prefrontali con il sistema limbico attraverso il corpo striato. Ricerche di brain imaging hanno dimostrato che alcune aree cerebrali di bambini con DDAI hanno dimensioni ridotte rispetto a quelle dei controlli: l’area pre-frontale destra, il nucleo caudato, il globulo pallido e il cervelletto. In tali regioni sono numerosi presenti circuiti della dopamina e della noradrenalina: infatti i bambini con DDAI presentano inferiori livelli di tali neurotrasmettitori rispetto ai bambini di controllo.
  • complicazioni durante la gravidanza o il parto.
  • fattori genetici (70% -91% di responsabilità), mentre il restante 10%-30% è attribuibile a fattori ambientali. Sembra pertanto plausibile ipotizzare che l’insorgenza del DDAI sia da attribuire, per la maggior parte, a fattori ereditari.D’altro canto, la gravità, l’evoluzione e la prognosi dei sintomi dipendono da fattori legati all’educazione e all’ambiente sociale in cui si trova inserito il bambino.
Secondo le linee guida SINPIA (Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza -vedi http://www.sinpia.eu/lineeguida/index/get/last) sull’intervento cognitivo comportamentale per l’ADHD, in cui ottengono ampio spazio le considerazioni sul PARENT TRAINING, sono cinque le regole di base da applicare nel relazionarsi con un bambino con ADHD:
  1. “Riferire regole chiare, concise e numerose.” Utilizzare anche dei promemoria in cui elencarle per ricordarle al bambino. Fare attenzione ad esprimere le regole in positivo (es. “puoi pensare di…”) evitando le negazioni (es. “non devi…”);
  2. “Le istruzioni dovrebbero rimanere concise.” I compiti più lunghi vanno suddivisi in step successivi.
  3. “Le conseguenze del comportamento [intese come interventi degli adulti] dovrebbero aver luogo il prima possibile a comportamento avvenuto”.
  4. “Le strategie positive dovrebbero avvenire sempre prima di utilizzare quelle negative”. E’ importante utilizzare il rinforzo negativo ancor meglio delle punizioni.
  5. “Per aiutare i bambini ad ascoltare un adulto e ad imparare ad apprezzare le relazioni tra il loro comportamento e le risposte di coloro che li circondano, le conseguenze verbali, sia positive (lode) che negative (rimprovero) dovrebbero iniziare con il nome del bambino ed includere i riferimenti del comportamento in questione.”  E’ importante circostanziare il rinforzo e evitare la confusione tra valore prestazionale e valore personale, sottolineando la capacità acquisita (es. Bene Andrea, sai metter bene in ordine – e non.. – I bravi bambini  mettono in ordine)
Ai genitori si consiglia la lettura di “Il bambino con iperattività e disattenzione”, Marzocchi (2003). Il Mulino
Agli insegnanti si consiglia la lettura di “L’alunno iperattivo in classe”, Di Pietro et al. (2001). Erickson